Il calendario e il sonno della Natura dopo la semina
di Fabio Fioravanti
«Per San Simone (28 ottobre) leva il bue dal timone, metti la stanga nel vangone»
«Per l’Ognissanti siano i grani seminati e i frutti rincasati»
Questi antichi proverbi contadini esprimono bene l’essenza e il significato del periodo che va dalla fine di ottobre all’inizio del mese di novembre, sottolineando la conclusione dei lavori agricoli dell’annata agraria, ma anche il nuovo e futuro ciclo che si rinnova con la semina del grano. È ora di chiudere un ciclo per aprirne uno nuovo: l’aratura dei campi deve essere terminata, vengono raccolti gli ultimi frutti, e bisogna aver seminato il grano per la successiva annata.
Nel calendario della tradizione celtico-pagana si celebrava il Capodanno (cioè fine del vecchio ciclo e inizio del nuovo) proprio tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Si trattava della festa più importante poiché simboleggiava un momento di passaggio epocale: la Natura deve morire per rigenerarsi.
La vita è fatta di cicli che vengono celebrati da sempre anche tramite queste ricorrenze delle quali ormai si è perso il valore, il senso ed il significato, soprattutto profondo e spirituale. È interessante notare appunto che l’origine etimologica del termine “anno” deriva da ànnus che significa cerchio o anello, in relazione alla circolarità del tempo e delle stagioni (ciclicità che in epoche remote era proprio marcata e scandita dalle principali festività annuali).
La stessa celebrazione di San Martino (11 novembre) è direttamente collegata alla civiltà rurale e contadina, e probabilmente rappresenta una delle festività più connesse con le attività agricole ed i lavori nelle campagne. È una fase annuale che anticamente segnava il termine dei lavori nei campi. I contratti di lavoro, di affitto e anche di mezzadria avevano inizio e fine proprio l’11 novembre poiché le più importanti attività agricole erano concluse senza però che fosse già arrivato il freddo invernale. Era in molti casi anche periodo di trasloco dovuto proprio alla cessazione del vecchio contratto a favore di un nuovo e futuro accordo lavorativo. Non a caso ancora oggi si usa dire “fare San Martino” per indicare un trasloco oppure un cambiamento dell’attività lavorativa.
Ma questa fase annuale segna soprattutto una sorta di “capodanno biologico” poiché la natura ha portato a termine il proprio compito attraverso la formazione degli ultimi frutti come gesto conclusivo dei cicli biologici naturali. Si tratta della fine, ma anche del nuovo inizio, giacché il letargo invernale pone le basi per il successivo germinare e germogliare primaverile (per il risveglio primaverile). La formazione del seme (e del frutto) è sì l’atto conclusivo del processo vegetale, ma è anche il nuovo inizio e garanzia di futura vita rinnovata. Il seme è la sorgente della vita vegetale. Tutto ciò è scandito dal ritmo discendente del Sole che si avvia verso la “morte” invernale. Inoltre la materia organica morente che si accumula nel suolo durante il periodo autunnale (costituita da foglie e tessuti vegetali in via di decomposizione) rappresenta anch’essa la base essenziale per la susseguente ripresa vegetativa primaverile: diventerà l’humus che garantirà il nutrimento essenziale per le piante, divenendo anche e soprattutto il miglior alloggio per il seme. Questo processo costituisce il ciclico rinnovo della fertilità organica, soprattutto negli ecosistemi naturali, ma rappresenta soprattutto l’incontro simbolico tra passato e futuro; la fusione tra ciò che è stato e ciò che sarà. È il momento in cui un ciclo passa nell’altro unendosi. Il suolo accoglie e metabolizza la materia organica morente che diverrà poi risorsa nutritiva durante il risveglio primaverile della vegetazione. Anche Goethe cogliendo questi processi arriva ad affermare che “all’interno della natura la morte è uno stratagemma per ottenere molta vita”.
CICLI STAGIONALI E RINNOVAMENTO DELLA VITA
Il concetto stesso di “anno agrario” è connesso a inizio e fine di tutte le attività di un’azienda agricola; si tratta del periodo che intercorre tra l’11 novembre e il 10 novembre dell’anno successivo. Uno stadio di passaggio, transizione e cambiamento.

Samhain, celebrata fra il 31 ottobre e il 1° novembre, era a sua volta un’antica festa pagana che designava il Capodanno celtico. Nella dimensione ciclica e circolare del tempo, rappresentata simbolicamente dall’Ouroboros (serpente che si morde la coda), vi è un punto d’incontro e coincidenza tra fine e nuovo inizio, tra morte e successiva rinascita. Samhain è proprio l’espressione simbolica di convergenza e sincronismo tra vita e morte determinato da questa particolare fase annuale che rappresenta una sorta di cerniera dell’anno. Nell’Ouroboros abbiamo la testa e la coda che coincidono arrivando a toccarsi; in questo punto prende forma e si definisce il concetto di Capodanno. Si tratta del punto d’incontro fra opposti princìpi, dove il passato incontra il futuro attraverso l’unione e la fusione tra fine e nuovo inizio, tra morte e nuova vita (accostamento dei contrari) divenendo tutt’uno. È l’occasione dettata da leggi divine e di natura per rifondare il Cosmo (l’Ordine) passando attraverso il Kàos, il cui significato etimologico è “mi apro, mi spalanco” ed anche “apertura, fenditura, aprirsi”, oppure “con-fusione di cose”. Trasformazione di una cosa nell’altra. Sulla base di quest’ultima considerazione è interessante notare che ogni stagione prepara il campo alla stagione successiva, determinando la ritmica evoluzione dei cicli vitali all’interno della Natura. È così che con l’estate abbiamo l’azione dell’Astro infuocato che, generando luce e calore, garantisce proprio la maturazione del seme, dei frutti e delle bacche. Si tratta della manifestazione dell’elemento “fuoco” che caratterizza la fase estiva (il fuoco è la forza che trasforma); senza questa azione i semi non potrebbero raggiungere la piena maturazione, e non avrebbero la facoltà di germinare e di nutrire.
Ne consegue, contestualmente, una sorta di combustione il cui prodotto ultimo e finale è “cenere” che cade a terra soggetta alla forza di gravità, e questo “cadere verso il basso” incarna e rappresenta un processo fondamentale che caratterizza appunto la fase autunnale. È una condizione di cambiamento e transizione che coinvolge anche microrganismi e batteri decompositori presenti nel suolo che dovranno decomporre al meglio e metabolizzare tutto ciò che “cadrà verso il basso” durante l’autunno: si tratta di foglie secche, ramaglie, erbe rinsecchite e tessuti vegetali che sono giunti al termine del proprio ciclo biologico. Queste risorse devono poter essere accolte e metabolizzate al meglio da parte del suolo poiché la terra ha necessità di nutrirsi dopo la smania estiva. Si tratta del ciclo del detrito (o ciclo del carbonio) per il quale il suolo è sede di chiusura specialmente nella stagione autunnale.
Anche nell’economia naturale il fuoco innesca un ciclo biologico di rinascita, poiché dalle ceneri le radici delle piante possono trarre i nutrienti essenziali per la crescita. Vi sono casi in cui è garantita la sopravvivenza di pascoli, macchia mediterranea e determinati tipi di foreste proprio da cicliche distruzioni da incendio, relativamente controllate.
TRADIZIONI PAGANE E POPOLARI
Come detto, si va verso la stagione fredda e buia, e tutto ciò è scandito dal ritmo discendente del Sole che si avvia verso la “morte” invernale (determinando un moto centripeto, contrapposto e polare rispetto alla fase primaverile). Questa “morte” della natura pone le basi per un nuovo inizio. Il terreno va fecondato con i semi dei raccolti dell’anno precedente, soprattutto per quanto riguarda il grano, coltura basilare per la nostra alimentazione. Si tratta di ricorrenze precristiane che la Chiesa ha assegnato ai Santi, figure celesti che hanno il compito di proteggere la natura, e ai morti, poiché al loro Regno vengono affidate le sorti delle sementi. È il Regno dei morti che diviene il custode delle sementi, prendendosene cura, che nella mitologia greca prende il nome di Ade mentre in quella romana è designato anche come Inferi (da infĕrus, “che sta sotto”). Per quanto potrà sembrare strano, è proprio questo Regno che fornisce le risorse necessarie alle piante per crescere e svilupparsi: il sottosuolo è l’inizio ma anche la fine dei cicli vitali (ciò da cui tutto nasce, ciò a cui tutto ritorna).
La commemorazione dei defunti si rifà ad una tradizione universale diffusa in moltissime culture che non ha mai avuto un carattere negativo o funebre, se non nel moderno Occidente. Anche Alfredo Cattabiani ci ricorda che «In Messico, le feste di Todos los Santos, che comprendono anche il giorno dei Morti, riflettono tradizioni azteche non dissimili da quelle celtiche. I cimiteri sembrano un prato fiorito a primavera, non c’è tristezza ma gioia nella rievocazione dei parenti e degli amici. Per la festa si confezionano dolci di pane in forma di teschi e scheletri a significare che dai morti, dai “semi sotterrati”, rinasce la vita, ovvero che i morti “ci nutrono”.»
Inoltre questa fase annuale scandisce un gesto di contrazione della natura, anticipando l’arrivo dell’inverno e del buio, che vedrà poi la sua fase opposta e speculare nella notte di Valpurga e festa di Calendimaggio (30 aprile – 1° maggio) in cui si celebrava la Dea Flora responsabile della fioritura di erbe e alberi (corrispondente a Beltane nella tradizione celtica).
Vi è ora, dunque, la predominanza dell’elemento “terra” come gesto centripeto per il quale la vita tende a ritirarsi all’interno del suolo, mentre con la primavera vi sarà l’impulso dall’elemento “aria” (luce) come fattore di espansione, propagazione e crescita, in un insieme organico dove il ciclo annuale si manifesta come respiro della Terra in una ritmica alternanza tra ascesa e discesa, espansione e contrazione (vedere anche il mito di Persefone e Demetra).
È interessante notare che il periodo che va dal 31 ottobre all’11 novembre definisce un ciclo di 12 giorni e 12 notti dal significato altamente simbolico, dato appunto da questo numero in grado di esprimere perfezione e armonia, oltre che essere simbolo di ordine cosmico la cui ricostituzione è dettata proprio da queste stesse ricorrenze. Vi è dunque una stretta connessione tra queste celebrazioni che rimanda al rapporto fra mondo terreno e ordine cosmico. Queste ricorrenze pertanto esprimono una funzione di raccordo fra il sonno ed il risveglio della natura, dal duplice volto di fine e inizio del ciclo vitale, dove i poli opposti (termine e inizio) si toccano, fondendosi, entrando in relazione uno con l’altro. Sanciscono inoltre la continuità tra materia organica (con le sue funzioni) e materia inorganica come base per lo svolgimento dei processi biologici fondamentali all’interno della natura.
Per quanto riguarda San Martino, sempre il Cattabiani ci ricorda che «Nella religione celtica si venerava un dio cavaliere che portava una mantellina corta: il culto proveniva dalla Pannonia, terra celtica e patria di San Martino. Era considerato il cavaliere del mondo infero, colui che vinceva gli inferi, che trionfava sulla morte. Perciò lo si considerava il Dio della vegetazione che superava la morte attraverso la morte, e dunque garante del rinnovamento della natura dopo la “morte” invernale: ne prova la funzione anche la ruota, attributo degli inferi, con cui è ritratto nei monumenti ritrovati in Bulgaria. Cavalcava un cavallo nero, così come nera era la sua mantella.»
LA LANTERNA DI SAN MARTINO
Inoltre San Martino ha come simbolo tradizionale una lanterna in quanto rappresentazione della luce interiore che deve brillare e riscaldare l’animo umano durante il periodo più oscuro e freddo dell’anno. Questa luce è la luce dell’IO umano. Si tratta altresì di una ricorrenza che anticipava la festa pagana del Sol Invictus, o rinascita del Sole, celebrata in occasione del Solstizio d’inverno come raffigurazione della forza vitale, della luce e del rinnovamento grazie al trionfo sulle tenebre definito appunto dal Solstizio, poiché le giornate torneranno ad allungarsi rispetto alla notte. L’immagine di San Martino che cammina nel buio impugnando una lanterna rappresenta una condizione di tenebra, e di crisi spirituale, che va attraversata per giungere ad una condizione opposta. Sono le tenebre esteriori contrapposte e precedenti la luce interiore, la notte che precede l’alba. Alba che nel linguaggio simbolico-rituale e religioso è raffigurata dalla colomba bianca, oppure dal gallo, in contrapposizione al corvo nero, o alla tartaruga, che invece rappresentano l’oscurità.
Riferendosi proprio al periodo autunnale Rudolf Steiner si esprime con queste parole: «Nel periodo nel quale la natura esteriore si spegne, egli deve contrapporre alla coscienza naturale la forza dell’autocoscienza». Ecco il significato della lanterna. Il fuoco è la fiamma della nostra volontà, quel calore interiore che trasforma, accende e purifica, quella forza che ci motiva e ci stimola a progredire. La forza del cuore che riscalda l’animo umano ed accende la luce interiore dell’empatia e della carità verso il prossimo.
Purtroppo il progresso materiale ha svuotato di ogni significato le festività principali, che sono ormai divenute solamente eventi di natura esclusivamente commerciale e consumistica. Mentre l’origine arcaica ed il senso profondo di queste ricorrenze avrebbe lo scopo di rimandare al significato superiore degli archetipi che il mondo attuale non sa più definire o contemplare. Festa come punto di contatto fra il dentro e il fuori. Archetipi e significati simbolici che hanno la funzione di penetrare nell’anima e agire su di essa, divenendo fattore di unione e incontro tra Microcosmo e Macrocosmo. La Tradizione, afferrata come tradere, avrebbe dunque la funzione di tramandare i valori ed i princìpi spirituali universali che si manifestano nel vivente, ben rappresentati anche nel linguaggio mitico-simbolico arcaico.
«L’uomo che è capace di partecipare con la sua esperienza interiore al corso dell’anno, ne sentirà immensamente arricchita tutta la propria vita.
L’uomo però crede di partecipare alla vita della natura solo quando ne sperimenta il germogliare, il fiorire, il crescere, il fruttificare. L’uomo attuale sebbene non sia in grado, come ho detto, di penetrare con la propria esperienza interiore nella vita stessa della natura, pure nel suo cuore ha una certa comprensione per i processi di germinazione e di fruttificazione, mentre non ne ha altrettanta per i processi autunnali in cui la vita della natura si ritrae in sé stessa, si dissecca e muore.
Ma noi meritiamo di partecipare alla vita germogliante e fruttificante della natura, soltanto se siamo capaci di partecipare anche al suo decadere, al suo appassire, al paralizzarsi e morire d’ogni vita naturale, al declino dell’estate e al sopraggiungere dell’autunno».
(R. Steiner – O.O. 229)