La transizione agroecologica nei Parchi: un volano che tutela economia, paesaggio e ambiente
di Gianluigi Cesari, agroecologo esperto in sistemi alimentari sostenibili
Il paesaggio italiano è prevalentemente un paesaggio agrario. Non nel senso riduttivo di territorio coltivato, ma in quello più profondo di spazio plasmato da secoli di relazione tra comunità umane e territorio. Vigneti terrazzati, oliveti secolari, prati stabili da sfalcio, castagneti da frutto: ogni elemento racconta una scelta, una tecnica, un’economia. Nei parchi e nelle aree protette questa stratificazione storica raggiunge spesso la sua espressione più integra. Ed è precisamente qui che la transizione agroecologica può diventare non solo una pratica virtuosa, ma uno strumento centrale di governo del territorio.
Troppo a lungo i parchi sono stati percepiti come vincoli imposti dall’esterno, perimetri di divieto calati su comunità che vivono del territorio. Questa lettura ha prodotto conflitti reali e resistenze comprensibili. Una riforma della legge italiana sui parchi che voglia essere efficace deve rovesciare questa prospettiva: il parco non come recinto, ma come laboratorio di sviluppo. L’ente gestore deve diventare un soggetto attivo nella costruzione di un’economia locale capace di autosostenersi rispettando i limiti biofisici dell’ecosistema.
Le aziende agrarie che operano all’interno delle aree delimitata dei parchi rappresentano in questo senso una risorsa straordinaria. Spesso si tratta di realtà piccole, a volte marginali dal punto di vista economico convenzionale, ma enormemente ricche dal punto di vista della biodiversità coltivata, delle varietà locali conservate, delle pratiche tradizionali mantenute. Valorizzarle significa costruire un’economia che produce identità, salute e paesaggio contemporaneamente.
L’agroecologia non è una moda. È una disciplina scientifica consolidata che studia le relazioni ecologiche nei sistemi alimentari e propone modelli produttivi capaci di massimizzare i servizi ecosistemici riducendo gli input esterni. Nei parchi, questa disciplina trova il suo contesto ideale di applicazione.
Un’azienda agraria che adotta pratiche agroecologiche non produce soltanto cibo. Produce regolazione idrogeologica attraverso suoli ricchi di sostanza organica capaci di trattenere l’acqua. Produce sequestro di carbonio grazie alla vegetazione permanente e alle siepi. Produce habitat per impollinatori e fauna selvatica. Produce paesaggio, nel senso più letterale: mantiene aperti i prati, conserva i muretti a secco, impedisce l’avanzata del bosco su superfici che millenni di cura hanno trasformato in ecosistemi agro-forestali ad altissima biodiversità. Questi non sono beni privati. Sono beni comuni, e il parco ha il dovere istituzionale di riconoscerli, misurarli e remunerarli.
La riforma della legge sui parchi dovrebbe dunque introdurre meccanismi espliciti di pagamento per i servizi ecosistemici erogati dalle aziende agrarie virtuose, trasformando quella che oggi è spesso un’attività economicamente fragile in una componente strutturale del sistema-parco.
C’è una domanda crescente, nella società contemporanea, di esperienze autentiche legate al cibo, alla salute e al paesaggio. I parchi sono in grado di rispondere a questa domanda meglio di qualsiasi altra destinazione, a condizione che sappiano costruire un’offerta coerente e riconoscibile.
Alimenti prodotti con metodi agroecologici hanno profili nutrizionali documentabilmente diversi da quelli dell’agricoltura convenzionale intensiva. Più polifenoli, più acidi grassi essenziali, meno residui chimici. Questo dato, comunicato correttamente, diventa un attrattore potentissimo. I marchi se ancorati a disciplinari i sotto il profilo agroecologico, può trasformarsi in un vettore di valore capace di attrarre consumatori consapevoli e turisti motivati.
Il turismo naturalistico e gastronomico nei parchi non è un settore residuale. È, in molti casi, l’unica forma di sviluppo compatibile con la fragilità degli ecosistemi e con la vocazione identitaria delle comunità locali. Ma perché questo turismo abbia sostanza, occorre che il paesaggio sia curato, che i prodotti siano autentici, che le aziende agricole siano visitabili e narranti. L’agroecologia fornisce tutto questo: genera bellezza visibile, genera storie credibili, genera prodotti differenziati. Una visita a un’azienda che coltiva varietà antiche di cereali o che alleva razze locali di bovini è già di per sé un’esperienza formativa e emotiva.
Nessuna transizione avviene spontaneamente. La transizione agroecologica richiede conoscenza aggiornata, sperimentazione adattata ai contesti locali, accompagnamento tecnico prolungato nel tempo. Richiede, in altri termini, un’infrastruttura della conoscenza.
La proposta di istituire, all’interno dei parchi, “Centri della Transizione Agroecologica” risponde esattamente a questa necessità. Non si tratta di strutture burocratiche aggiuntive, ma di spazi ibridi dove ricerca, impresa e consumo si incontrano e si contaminano. Università e istituti di ricerca portano metodi e misurazioni. Gli imprenditori agricoli portano pratiche, problemi reali, adattamenti locali. I consumatori e le associazioni della società civile portano domanda, critica, orientamento valoriale.
Questi centri devono essere gestiti dall’ente parco con un modello di governance partecipata, capace di dare voce a tutti i portatori di interesse senza che nessuno colonizzi la funzione degli altri. Devono avere sedi fisiche nei territori, non solo piattaforme digitali. Devono perfezionare protocolli agroecologici specifici per le diverse tipologie di ecosistema presenti nell’area protetta, dalle zone umide alle aree montane, dalle macchie mediterranee alle zone agricole di pianura interna.
Il finanziamento di questi centri deve diventare una priorità esplicita nella programmazione comunitaria, nazionale e regionale. Il nuovo ciclo della Politica Agricola Comune offre strumenti gli eco-schemi, i pagamenti agro-climatico-ambientali, il sostegno ai sistemi di qualità che possono essere orientati in questa direzione con scelte politiche precise. Le Regioni, nell’ambito dei loro Piani di Sviluppo Rurale, possono prevedere misure dedicate alle aziende agrarie ricadenti nei parchi, riconoscendo il loro ruolo multiplo di produttrici di cibo, custodi del paesaggio e sentinelle della biodiversità.
Il paesaggio agrario tradizionale italiano non si conserva per decreto. Si conserva attraverso pratiche vive, economie sostenibili, comunità che trovano convenienza nel restare e nel curare. La transizione agroecologica nelle aree protette non è un lusso per ambientalisti illuminati. È la condizione necessaria perché i parchi continuino a esistere come sistemi vitali e non come musei a cielo aperto progressivamente svuotati di abitanti e di senso. La riforma della legge sui parchi ha l’opportunità storica di sancire questo cambio di paradigma. Di trasformare il parco da ente di tutela passiva in motore attivo di una transizione che è, al tempo stesso, ecologica, economica e culturale.
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Gianluigi Cesari, agroecologo esperto in sistemi alimentari sostenibili, ha collaborato attivamente con i tavoli tecnici e gli osservatori dell’associazione Italia Nostra.
Nell’ambito del convegno, svoltosi il 17 giugno 2026 presso Palazzo San Macuto a Roma, dedicato al tema della transizione agroecologica delle aziende operanti nelle aree protette e al percorso di riforma della Legge quadro sulle aree protette (L. 394/1991), sono stati presentati contributi ed esperienze di particolare interesse per il settore agricolo e ambientale.
L’evento, promosso da Italia Nostra con il coinvolgimento del proprio gruppo di studio coordinato dall’architetto Riccardo Picciafuoco, ha rappresentato un’importante occasione di confronto tra istituzioni, ricercatori, professionisti e operatori del mondo agricolo. Nel suo intervento Cesari ha offerto un’importante riflessione sul ruolo delle aree protette e delle pratiche agroecologiche nei processi di sviluppo territoriale sostenibile.
Tra gli interventi più significativi, la testimonianza di Camillo Zulli, direttore della Bio Cantina Orsogna, che ha illustrato l’esperienza dell’azienda quale esempio concreto di applicazione dei principi dell’agroecologia, dell’agricoltura biologica e della valorizzazione sostenibile dei territori.
L’intervento di Camillo Zulli, direttore della Bio Cantina Orsogna: https://bit.ly/4gwXUpc