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Biodiversità e impollinazione nei campi biodinamici

Biodiversità e impollinazione nei campi biodinamici

14 Settembre 2026

di Fabio Fiorvanti

Abbiamo già avuto modo di riflettere in altre occasioni sulle conseguenze e sugli impatti che l’agricoltura può provocare sull’ambiente (soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura chimico-industriale). A tal proposito vi è una interessante attività di ricerca (1) che ha indagato l’impatto e le conseguenze generate dall’agricoltura sulle comunità di impollinatori (api e apoidei selvatici), ed è emerso che l’equivalente di milioni di anni di evoluzione degli impollinatori è andato perduto in ambienti agricoli fortemente alterati, il che ha ridotto i servizi di impollinazione ben oltre quanto ci si aspetterebbe da un semplice conteggio numerico delle specie. In questo studio si legge testualmente che «le comunità di impollinatori in paesaggi altamente agricoli contengono 230 milioni di anni di storia evolutiva in meno; questa perdita è risultata fortemente associata a una riduzione della resa e della qualità delle colture». Questo perché l’albero genealogico dei paesaggi dominati dall’agricoltura risulta impoverito e privato di interi segmenti (s’intende la perdita di diversità filogenetica delle api e di altri impollinatori che ha privilegiato alcuni rami genetici a discapito di altri): «il cambiamento nell’uso del suolo minaccia la biodiversità globale e potrebbe rimodellare l’albero della vita favorendo alcune linee evolutive rispetto ad altre». Con conseguenze che ancora non sono state valutate e studiate in maniera approfondita.

Questo calo di biodiversità è dovuto principalmente alla semplificazione del paesaggio rurale, tramite la quasi totale eliminazione della vegetazione spontanea come alberi, arbusti ed erbe (che avrebbero la funzione di fornire ospitalità e cibo per gli impollinatori sotto forma di nettare e polline), ed è dovuto anche alle sostanze chimiche di sintesi utilizzate abbondantemente nel corso dei decenni (pesticidi, fungicidi, erbicidi ed anche fertilizzanti). Si tratta di cause selettive che hanno fortemente ridotto il numero di specie a favore di un numero limitato di categorie di insetti che hanno saputo adattarsi a queste condizioni.

Alberi, arbusti ed erbe spontanee sono stati eliminati perché considerati “non produttivi” in termini economici e ostacolo per i lavori nelle campagne, arrivando a generare un territorio artificiale (o territorio macchina). Questo perché il capitalismo ha trasformato la vita in pura produzione, in prestazione, in ottimizzazione. Tutto deve essere monetizzato. Ogni cosa si misura solamente in valore di scambio assumendo lo stato di merce. Per questo motivo ogni cosa è svuotata di senso e significato, il cui valore è indissolubilmente legato alla possibilità, o meno, di generare un profitto economico (ma il senso è qualcosa di incomparabile, che non può essere soppesato o valutato esclusivamente in termini di natura economica).

Sulla base di questi elementi si è arrivati a considerare la vegetazione spontanea come elemento non remunerativo (o non produttivo) in termini economici, rappresentando anche un ostacolo o un intralcio per il lavoro dell’agricoltore in quanto fattore limitante per la redditività dell’azienda agricola specializzata, dimenticandosi che la vegetazione spontanea ricopre un’importanza fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi e per la vita in generale.

Sempre nel medesimo studio dunque si sottolinea che la biodiversità non può essere quantificata semplicemente in base al numero di specie presenti in un ecosistema, ma che diventa necessaria una valutazione delle caratteristiche e dei requisiti delle diverse specie per poter fotografare al meglio il livello di biodiversità di un determinato ambiente. Ricordiamo che la biodiversità è importante perché può condizionare direttamente la produzione agricola, sia per quanto riguarda l’impollinazione delle piante, ma anche per quanto riguarda il controllo dei parassiti (relazione preda-predatore operata dai cosiddetti insetti utili) e conseguente stabilità dell’ecosistema. È importante sottolineare inoltre che la diversità dei gruppi funzionali degli impollinatori aumenta la resa delle colture (2).

Fioriture presso la sede della Fondazione LE MADRI a Rolo (RE)
Fioriture presso la sede della Fondazione LE MADRI a Rolo (RE)

LA FLORA DI INTERESSE APISTICO (PIANTE NUTRICI)

All’interno del regno vegetale vi è un gran numero di specie che per potersi riprodurre e propagare necessita dell’intervento di insetti impollinatori come api, bombi, sirfidi, osmie e altri apoidei selvatici. A sua volta, la vita di insetti come le api dipende direttamente dalla disponibilità di nutrimento fornito appunto dalle piante, come nettare e polline, ed anche dalla disponibilità di altre risorse generate sempre all’interno del regno vegetale, come cere e resine per poter sviluppare pròpoli. In quest’ultimo caso risulta strategica la presenza dei Pioppi (Populus spp.) e dell’Alloro (Laurus nobilis).

Vi è dunque una stretta relazione di interdipendenza e cooperazione reciproca tra il regno vegetale ed il mondo delle api (e altri insetti utili). Si tratta di simbiosi organica e sostegno reciproco. Pertanto risulta fondamentale una oculata gestione del regno vegetale, che può divenire risorsa alimentare, anche e soprattutto all’interno dell’azienda agricola. Non a caso lo Standard Demeter prevede che vi sia almeno il 10% della superficie agricola totale dedicato alla biodiversità. In questo modo si pone un rimedio all’impatto generato dall’agricoltura, senza dimenticare che in realtà insetti utili e piante mellifere divengono co-produttori dell’azienda agricola per via dei servizi ecosistemici offerti a 360°. L’introduzione di piante nutrici (mellifere, nettarifere) diventa l’elemento attrattivo in grado di favorire la presenza e l’insediamento di svariati insetti utili, contestualmente alla rinuncia ai prodotti chimici di sintesi che possono nuocere a questi organismi.

Le risorse alimentari delle api possono essere rappresentate da svariate categorie di piante: dalle specie spontanee alle specie coltivate (coltivate non solo per scopi commerciali ma anche per finalità ornamentali). Questo significa che diversi gruppi di vegetali possono essere utilizzati dalle api come fonte alimentare, e tra questi figurano le stesse piante coltivate (colture erbacee, foraggere, colture arboree), alberi e arbusti spontanei, fiori selvatici di tipo erbaceo, fiori e piante da giardino o parco (ornamentali). È importante che vi sia disponibilità continua di nutrimento ed anche di risorse idriche soprattutto durante la stagione calda. Purtroppo la struttura del paesaggio rurale è stata impoverita, banalizzata e semplificata per rispondere a logiche di produttività e specializzazione. Rispetto al paesaggio agricolo tradizionale (nel quale era presente una pluralità ed una molteplicità eterogenea di forme vegetali differenti) quello che si è definito in epoca moderna è un paesaggio semplificato, banalizzato ed uniforme. Ciò è dovuto alla specializzazione ed alla massimizzazione delle rese.

Come detto, anche le stesse colture potrebbero rappresentare una potenziale fonte alimentare per le api. Sfortunatamente l’applicazione delle logiche agroindustriali (soprattutto in Pianura Padana) ha contribuito alla diffusione di un numero limitato di colture, presenti su ampie superfici, che molto spesso non offrono alcun nutrimento per api, apoidei e altri insetti utili (o forniscono un apporto ridotto e di scarsa qualità nutritiva). Una delle specie arboree più strategiche e interessanti è senza dubbio il Ciliegio e, più in generale, tutte le specie coltivate e spontanee appartenenti al genere Prunus. Il genere Prunus, oltre alla qualità della fioritura, può offrire nutrimento già dalla fine dell’inverno e dunque risulta strategico proprio in questa delicata fase annuale. Altre specie coltivate in grado di fornire buon nutrimento nel corso dell’anno per api e apoidei (solo per citarne alcune) sono la Colza, la Lupinella, il Lampone (Rubus spp.), vari Trifogli, la Facelia, il Grano saraceno ed il Girasole (le varietà ibride moderne producono meno nettare).

Tra i diversi alberi e arbusti spontanei, anche qui occorre citare in primis quelli che possono offrire nutrimento già dalla fine della stagione fredda come il Nocciolo, il Tasso, il Corniolo ed il Prugnolo, ma soprattutto e principalmente i Salici (Salix spp.), che per vari motivi rappresentano uno dei generi più apprezzabili. E poi, a seguire nel corso dell’anno, altre specie come l’Acero campestre (Acer spp.), il Biancospino, l’Acacia (Robinia pseudoacacia), la Frangola, il Tiglio e l’Edera rampicante, solo per citare alcune delle piante più utili. Ovviamente il periodo più rilevante è quello primaverile, poiché le fioriture del mese di maggio sono le più importanti e utili per il sostentamento, la nutrizione ed il mantenimento della vita degli alveari e delle api, non soltanto per la quantità delle fioriture ma anche per le caratteristiche di nettare e polline che le piante producono, appunto, tra aprile e maggio.  

Di seguito si riporta un elenco indicativo, non esaustivo, della flora di interesse apistico prevalentemente spontanea o spontaneizzata, con un potenziale mellifero approssimativo pari o superiore a 200 kg/ha, da valorizzare sotto forma di siepi, alberature, fasce boscate, fasce fiorite, prati, inerbimenti e bordure. Questi corridoi ecologici, opportunamente gestiti, possono favorire l’insediamento e la proliferazione di numerosi insetti utili e, al tempo stesso, possono migliorare il microclima soprattutto durante la stagione estiva, poiché la copertura vegetale garantisce l’ombreggiamento del suolo conservando l’umidità; inoltre, grazie a questo ombreggiamento, la temperatura superficiale del terreno risulta più bassa rispetto a quella di un suolo nudo, con vantaggio diretto per l’apparato radicale delle colture e per la microfauna utile. Lo stesso inerbimento può ridurre significativamente l’erosione del suolo soprattutto in contesti collinari in occasione di eventi piovosi intensi.

Le specie che dispongono di un potenziale mellifero inferiore (ad esempio 30, 50, 100 o 150 kg/ha) devono comunque essere considerate ottime risorse alimentari da tutelare e valorizzare. Per potenziale mellifero s’intende la capacità di produrre risorse alimentari, come nettare e polline, compatibilmente con le condizioni climatiche ed ambientali. Ciò significa che la “produttività” delle varie specie può essere condizionata da svariati fattori ambientali. Appartengono a questo elenco specie erbacee annuali, biennali e perennanti, oltre ad arbusti e alberi; la maggior parte di queste piante non necessita di cure o attenzioni particolari essendo specie poco esigenti, in grado di adattarsi a condizioni difficili, e per questo motivo vengono utilizzate anche in azioni di rinaturalizzazione e recupero di aree e superfici degradate, sia rurali che urbane, poiché anche nei contesti antropizzati è comunque sempre auspicabile la presenza di vegetazione per via della funzione strategica e del ruolo ecologico fondamentale svolto all’interno dell’economia naturale, ed anche per le ripercussioni positive per il benessere psichico e fisico dell’essere umano. All’interno di questo stesso elenco sono presenti diverse Leguminose che, come noto, svolgono funzione di azotofissatori in grado di stimolare la fertilità biologica del terreno. Oltretutto, in tempi di crisi climatica, risulta doveroso rinverdire il Pianeta e renderlo più colorito tramite piante e fiori.

Sopra i 200 kg/ha

  • Salix spp. – Salici
  • Ilex aquifolium – Agrifoglio
  • Centaurea cyanus – Fiordaliso vero, Fiordaliso
  • Centaurea jacea – Fiordaliso stoppione
  • Taraxacum officinale – Tarassaco
  • Castanea sativa – Castagno
  • Aesculus hippocastanum – Ippocastano
  • Hyssopus officinalis – Issopo (questa specie può essere coltivata in luoghi soleggiati, al riparo dai venti freddi invernali)
  • Lamium purpureum – Lamio rosso
  • Lamium maculatum – Falsa ortica macchiata, Lamio macchiato
  • Lavandula angustifolia – Lavanda vera
  • Marrubium vulgare – Marrubio comune
  • Origanum vulgare – Origano comune
  • Salvia pratensis – Salvia comune
  • Salvia officinalis – Salvia domestica
  • Satureja hortensis – Santoreggia domestica
  • Stachys palustris – Stregona palustre
  • Albizia julibrissin – Albizia, Gaggia arborea, Acacia di Costantinopoli
  • Coronilla emerus – Cornetta dondolina, Dondolino
  • Dorycnium hirsutum – Trifoglino irsuto
  • Trifolium repens – Trifoglio bianco, Trifoglio ladino
  • Onobrychis viciifolia – Lupinella comune
  • Alcea rosea – Malvone, Malvarosa
  • Pittosporum tobira – Pittosporo, Fitosforo
  • Crataegus monogyna – Biancospino
  • Coriandrum sativum – Coriandolo comune
  • Parthenocissus quinquefolia -Vite del Canada rampicante, Vite vergine
  • Sophora japonica – Sofora, Robinia del Giappone
  • Acer pseudoplatanus – Acero di monte, Acero bianco
  • Elaeagnus angustifolia – Olivagno
  • Frangula alnus – Frangola comune
  • Prunus laurocerasus – Lauroceraso
  • Prunella vulgaris – Prunella comune
  • Medicago sativa – Erba medica
  • Lythrum salicaria – Salcerella
  • Trifolium incarnatum – Trifoglio incarnato
  • Trifolium alexandrinum – Trifoglio alessandrino
  • Ligustrum vulgare – Ligustro

Sopra i 500 kg/ha

  • Hedera helix – Edera
  • Asclepias syriaca – Albero della seta, Lino d’India
  • Catalpa bignonioides – Catalpa
  • Anchusa officinalis – Buglossa comune
  • Borago officinalis – Borragine
  • Echium italicum – Viperina maggiore, Viperina italiana
  • Echium plantagineum – Viperina piantaginea
  • Echium vulgare – Viperina comune
  • Dipsacus fullonum – Cardo dei lanaioli, Scardaccione selvatico
  • Lamium album – Falsa ortica bianca, Lamio bianco
  • Lamium amplexicaule – Falsa ortica reniforme, Erba ruota
  • Mentha longifolia – Menta selvatica, Menta a foglie lunghe
  • Rosmarinus officinalis – Rosmarino
  • Melilotus alba – Meliloto bianco
  • Robinia pseudoacacia – Robinia, Acacia, Acacia falsa, Gaggia, Cascia
  • Trifolium resupinatum – Trifoglio risupinato
  • Malva sylvestris – Malva selvatica
  • Oenothera biennis – Enagra comune, Enotera comune
  • Fagopyrum esculentum – Grano saraceno
  • Eryngium spp. – Eringio, Calcatreppola
  • Acer spp. – Acero
  • Acer campestre – Acero campestre
  • Cornus sanguinea – Sanguinello, Sanguinella, Corniolo sanguinello
  • Cornus mas – Corniolo
  • Ribes rubrum – Ribes rosso

Sopra gli 800 kg/ha

  • Solidago canadensis – Verga d’oro del Canada
  • Solidago gigantea – Verga d’oro maggiore

Sopra i 1000 kg/ha

  • Echinops sphaerocephalus – Cardo-pallottola maggiore
  • Phacelia tanacetifolia – Facelia
  • Mentha aquatica – Menta acquatica
  • Tilia spp. – Tiglio

***

  1. Agriculturally dominated landscapes reduce bee phylogenetic diversity and pollination services
    Heather Grab, Michael G. Branstetter, Nolan Amon, Katherine R. Urban-Mead, Mia G. Park, Jason Gibbs, Eleanor J. Blitzer, Katja Poveda, Greg Loeb, and Bryan N. Danforth
    Science – 18 Jan 2019 – Vol. 363, Issue 6424 – pp. 282-284
    DOI: 10.1126/science.aat6016
    https://www.science.org/doi/10.1126/science.aat6016

    ↩︎
  2. Functional group diversity of bee pollinators increases crop yield
    Patrick Hoehn, Teja Tscharntke, Jason M Tylianakis, Ingolf Steffan-Dewenter
    Proc Biol Sci. 2008 Jul 1;275(1648):2283–2291.
    DOI: 10.1098/rspb.2008.0405
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2603237/ ↩︎

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