Biodinamica e ricerca: “Un modello di riferimento per tutelare la biodiversità e difendere il futuro”
di Tatiana Salsi
Fabio Tittarelli, dirigente di ricerca del Centro di ricerca Agricoltura e Ambiente (CREA), è da anni impegnato nello studio dei sistemi biologici e biodinamici, con un ruolo di primo piano in progetti europei e nazionali dedicati alla fertilità del suolo e alla sostenibilità ambientale. Coordinatore del progetto transnazionale “Greenresilient”, ha messo a confronto diversi modelli produttivi in serra, con risultati che aiutano a capire le potenzialità del biodinamico. Lo abbiamo intervistato per approfondire questi temi.
Dottor Tittarelli, come è nato il suo interesse per l’agricoltura biologica e biodinamica?
«Mi occupo di ricerca dal 1993 e dal 2000 ho iniziato a lavorare sull’agricoltura biologica in pieno campo e in serra. Intorno al 2010, in occasione di un incontro con altri ricercatori europei, è nata l’idea di avviare collaborazioni comuni, sfociate poi in progetti internazionali. Quell’esperienza ha segnato l’inizio di un percorso che mi ha portato a occuparmi anche di biodinamica, con la convinzione che fosse un campo promettente per lo sviluppo della ricerca».
Quali sono le principali differenze tra l’agricoltura biologica intensiva e quella biodinamica?
«In Europa si è sviluppato un approccio al biologico definito di sostituzione di input: si rispettano i regolamenti, ma si tende a replicare le tecniche del convenzionale, sostituendo semplicemente i prodotti chimici con quelli ammessi in biologico. È un modello che può garantire rese elevate, ma che spesso trascura i principi fondanti del biologico, come la cura della fertilità del suolo, l’uso delle rotazioni e la prevenzione. Il biodinamico, invece, rimane più fedele a questi principi: utilizza compost aziendale, inserisce colture da sovescio, prevede rotazioni colturali più ampie e limita drasticamente gli input esterni. È un metodo che lavora sulla prevenzione, applicando i principi dell’ecologia agli agroecosistemi pensando alla rigenerazione del suolo».
Il progetto Greenresilient ha messo a confronto diversi sistemi produttivi. Quali evidenze sono emerse?
«Abbiamo lavorato in otto Paesi europei, tra cui l’Italia, dove l’azienda biodinamica La Colombaia ha messo a disposizione otto serre per la sperimentazione. Abbiamo confrontato un sistema biodinamico, uno biologico intensivo, uno agroecologico e un controllo senza fertilizzazione. Le rese, ad esempio nella coltivazione della rucola, non hanno mostrato differenze statisticamente significative tra i sistemi. Tuttavia, ciò che è emerso con chiarezza è che alcune pratiche, come la solarizzazione tipica del biologico intensivo, rilasciano azoto minerale in eccesso, con rischi di lisciviazione e impatto ambientale. Quando viene rilasciato in quantità superiore a quella che le piante riescono ad assorbire, l’azoto minerale non rimane a disposizione delle colture ma viene disperso dall’acqua piovana o dall’irrigazione. In pratica scende in profondità nel terreno, oltre le radici, e finisce nelle falde acquifere. Al contrario, i sistemi biodinamici e agroecologici, grazie ai sovesci e al compost, garantiscono un rilascio più graduale dei nutrienti e una maggiore stabilità ecologica».
Qual è il ruolo delle colture da sovescio in serra e perché sono così importanti nel biodinamico?
«Il sovescio – tecnica agronomica che si basa sulla coltivazione di specie non destinate al reddito, ma capaci di arricchire il suolo e fornire servizi ecologici – è una pratica fondamentale. Queste specie possono infatti aumentare la sostanza organica del terreno, fissare azoto atmosferico, ridurre il numero di nematodi, attirare insetti utili. In serra, dove la pressione produttiva è alta, molti agricoltori biologici lo evitano perché occupa spazio per diverse settimane senza generare reddito immediato. Il biodinamico, invece, integra sempre i sovesci nella rotazione: è una scelta di lungo periodo che migliora fertilità del suolo, biodiversità e resilienza del sistema».
Che prospettive vede per il biodinamico a livello europeo?
«I nostri studi mostrano che il biodinamico riesce a coniugare produzioni soddisfacenti con un minore impatto ambientale. Non sempre raggiunge le rese dei sistemi più intensivi, ma garantisce una maggiore coerenza con i principi agroecologici e una riduzione delle perdite di nutrienti e della pressione sugli ecosistemi. In un contesto in cui l’agricoltura è chiamata a rispondere alla sfida climatica e alla tutela della biodiversità, il biodinamico rappresenta un modello di riferimento, perché lavora sulla prevenzione e sull’equilibrio tra suolo, colture e ambiente».
Dall’esperienza nei progetti europei alle ricerche in serra in Italia, il lavoro di Fabio Tittarelli evidenzia come l’agricoltura biodinamica sia un metodo di produzione che integra fertilità del suolo, biodiversità e sostenibilità. Un percorso che, seppur più impegnativo, offre risposte concrete alle sfide ambientali e sociali che l’agricoltura europea si trova oggi ad affrontare.
(foto: Stefano Trotta)