Le piante indicatrici della qualità del suolo
di Fabio Fioravanti
Le piante indicatrici sono organismi vegetali la cui presenza può fornire informazioni significative sulla qualità dell’ambiente. Con il termine “pianta indicatrice” si vuole dunque definire una pianta appartenente alla flora spontanea la cui presenza diffusa può offrire indicazioni sulle condizioni e sulle caratteristiche del suolo in cui si trova a crescere. Occorre sottolineare che non tutte le specie spontanee possono essere assunte come bioindicatori poiché molte piante hanno la facoltà di adattarsi alle condizioni più disparate, crescendo senza problemi in contesti differenti (queste specie vengono anche definite piante generaliste). Mentre vi sono diverse specie che manifestano una marcata tendenza a svilupparsi quasi esclusivamente solo in determinati contesti; queste ultime possono diventare dunque “bioindicatori” la cui presenza ci consente di leggere, interpretare e comprendere le condizioni generali di un terreno.
LA BANCA DEI SEMI DEL TERRENO (Soil seed bank)
Nel corso del tempo vengono ad accumularsi all’interno del suolo i semi che daranno poi origine allo sviluppo della flora spontanea. Si tratta di specie annuali, biennali e perennanti. Con il termine “banca dei semi” del suolo si definisce appunto questo deposito naturale di semi dormienti che possono essere presenti anche in notevoli quantità.
È doveroso a questo punto fare alcune valutazioni sul seme e sulla sua funzione all’interno dell’economia naturale, poiché può davvero essere considerato una sorta di organo di senso nel quale ha sede anche la stessa “intelligenza” della pianta, in grado di percepire, cogliere e comprendere le caratteristiche del suolo e dell’ambiente in cui si trova per poi dare (o meno) inizio al risveglio, cessando la fase di dormienza a favore della germinazione. Per fare ciò il seme deve entrare in relazione con il tutto che lo circonda arrivando anche a cogliere fotoperiodismo e fase stagionale in relazione ai periodi di luce e oscurità e loro variazioni. Tra i diversi fattori con i quali il seme entra in relazione vi è anche il microbiota del suolo. È interessante notare altresì che la dormienza del seme può durare anche per decenni, fino al momento in cui determinate condizioni ambientali di umidità, temperatura, presenza di nutrienti e altri svariati parametri vanno ad interrompere questa sorta di letargo del seme (quiescenza) innescando la germinazione. Le condizioni del suolo (e dell’ambiente) rappresentano fattori selettivi che incidono sulla presenza, o sull’assenza, di un determinato organismo. Va detto anche che i semi delle piante spontanee dispongono di un notevole grado di scalarità nella germinazione che si manifesta nel corso degli anni come strategia di sopravvivenza della specie (nelle piante coltivate questo fenomeno è stato eliminato quasi del tutto).
La longevità dei semi delle diverse specie spontanee, così come il numero di semi che ogni singola pianta può arrivare a produrre, sono ulteriori elementi che ne determinano la presenza e la diffusione. Una specie come Amaranthus retroflexus (Amaranto comune), ad esempio, può essere rinvenuta facilmente poiché ogni singola pianta può arrivare a produrre mediamente dai 40.000 ai 100.000 semi, che possono mantenersi germinabili fino a 20-40 anni (si tratta di stime indicative). L’Amaranto comune fa parte delle piante nitrofile, che si sviluppano preferibilmente su terreni ricchi di nitrati (che sono in grado di tollerare e accumulare in quantità).
LE PIANTE INDICATRICI DI TERRENI COMPATTATI E ASFITTICI
Il seme di una specie spontanea tende a germinare nel momento in cui vi sono precise condizioni del suolo. Vi sono dunque alcune specie che per loro natura si manifestano prevalentemente in particolari condizioni di degrado del suolo, dove sono presenti compattamento e asfissia, comportandosi come piante pioniere poiché la maggior parte delle altre specie non sarebbe in grado di svilupparsi e prosperare per via delle condizioni avverse e inospitali presenti nel terreno. Queste piante (le piante indicatrici di terreni compattati e privi di struttura) agiscono dunque come precursori in grado di iniziare un percorso di risanamento e recupero di substrati degradati manifestando anche una notevole forza vitale. Si sa che il compattamento del suolo (per diversi motivi) non facilita la vita vegetale, ed è per questo motivo che si tratta di piante davvero speciali e utili! Tra queste non potevano mancare alcune specie utilizzate anche per l’allestimento dei preparati biodinamici da cumulo.

Iniziamo dalla Camomilla (una pianta meravigliosa!). Questa bella pianta dal fiore che ricorda l’immagine del Sole è usata da tempi antichissimi per diversi scopi. Cresce spontaneamente lungo le strade, negli incolti, negli orti, nei frutteti, nei seminativi. Viene ampiamente utilizzata in agricoltura biodinamica anche come preparato biodinamico 503 (il quale ne esalta caratteristiche e proprietà). È molto adattabile, ed è facile confonderla con altre specie simili. Spesso compare proprio in punti dove il terreno è asfittico, privo di struttura e compattato esercitando un’azione positiva di decostipamento, aerazione e sbriciolamento grazie ad un forte apparato radicale fascicolato, fine ed espanso.
Dunque la Camomilla (Matricaria chamomilla) ha la capacità di dare inizio ad un processo di miglioramento ed evoluzione delle condizioni del substrato comportandosi da pianta pioniera, sviluppandosi spontaneamente lì dove altre specie non sarebbero in grado di trovare condizioni idonee per germinare e svilupparsi.
L’origine etimologica del suo nome ci può dire molto sulla sua “identità” e sul suo ruolo ecologico all’interno dell’economia naturale, il quale fa riferimento al concetto di MADRE. Il nome dato in origine alle piante aveva spesso la funzione di caratterizzare i requisiti e le proprietà di una determinata specie, ed il termine “matricaria” deriverebbe appunto da “matrix” che vuol dire utero, ma anche da “mater” che significa madre, la quale è associata all’idea di preparare, formare, produrre o disporre (dal sanscrito mâmi o mâtra). Grazie alla sua capacità pioniera e miglioratrice di substrati inerti e asfittici, la Camomilla è in grado di produrre e generare nuovo terreno fertile e vitale accostandosi al concetto di madre o genitrice: ciò da cui una cosa procede. Origine e sorgente di nuova sostanza organica che diviene nutrimento per substrati minerali compatti, asfittici e privi di vita. La si vede spesso anche sui bordi stradali in prossimità del duro asfalto, mentre esercita la sua funzione, dando inizio ad un processo di miglioramento ed evoluzione delle condizioni del substrato. Anche Matricaria inodora e Matricaria suaveolens condividono habitat similari.
Dunque la presenza spontanea e diffusa di queste specie non rappresenta un segnale positivo per quanto riguarda la struttura del terreno (si parla sempre e comunque di tendenza), poiché condizioni di asfissia corrispondono a carenza di aria e ossigeno (elementi essenziali per la vita e l’attività aerobica e microbiologica del suolo). Ma in tutto questo la Camomilla ha la capacità attraverso l’apparato radicale di stimolare la PEDOGENESI, che letteralmente significa “nascita del suolo”, stimolando i processi che portano alla sua formazione.
Altra specie tipica di terreni compattati è senza dubbio la Piantaggine (si tratta principalmente di Plantago major e Plantago lanceolata). Questo genere vive prevalentemente nelle zone calpestate. Il suo nome deriva dal latino “planta” e “agere” che significa “pianta che fa crescere altre erbe”.
È una pianta erbacea perenne ricca di mucillagini. I suoi semi sono molto graditi agli uccelli.
Questa categoria di piante (le piante dei terreni asfittici e compattati) merita una citazione speciale proprio per la capacità di svilupparsi in condizioni che per altre specie sarebbero proibitive; un terreno asfittico ed eroso non dispone della capacità di sostenere la vita vegetale, mentre alcune erbe (come le Piantaggini) vi si insediano operando poi per ripristinare condizioni migliori e maggiormente favorevoli alla vita vegetale, promuovendo un processo di rigenerazione del suolo e ripristino della fertilità organica.
L’origine del nome “Plantago” è dovuta molto probabilmente a questa sua caratteristica (anche se vi sono comunque ulteriori ipotesi sull’origine della denominazione).
E dunque questo genere di piante ricopre una funzione molto importante per l’economia naturale poiché va a stimolare la genesi del suolo quando questo si trova in condizioni veramente pessime e negative.
Attraverso il suo apparato radicale la Piantaggine opera un’azione di tipo meccanico arrivando a fessurare e dissodare anche i substrati più compattati, svolgendo altresì un’azione di natura biologica e chimica attraverso la produzione di essudati radicali e altri composti organici che rilascia nel suolo. Agisce dunque positivamente in situazioni nelle quali il terreno presenta caratteristiche e qualità scadenti, in condizioni limite oltre le quali la vegetazione cessa di esistere; poche altre erbe sarebbero in grado di prosperare su di un substrato che risulta compattato, asfittico, privo di ossigeno e assolutamente scarso in termini di microbiologia (e nutrienti).
È studiata per il suo potenziale di fitorisanamento da piombo, che tollera, assorbe e accumula principalmente nelle radici (in misura minore anche nelle foglie). Può assorbire efficacemente anche altri metalli come zinco, nickel, manganese e rame. Dunque dispone anche della capacità di bonificare siti contaminati.
Dai diagrammi pollinici risulta che la Piantaggine era molto diffusa già 5000 anni fa quando i contadini dell’Età della pietra cominciarono ad abbattere le foreste. La capacità di ricacciare numerosi nuovi getti dalla rosetta basale permette a queste piante di sopravvivere al calpestio di uomini e animali, allo sfalcio e all’erbivoria. Questo genere conta 270 specie diffuse in tutto il mondo tra annuali, biennali e perenni. Le più note e diffuse sul nostro territorio sono Plantago major e Plantago lanceolata.
In tutto questo la Natura dimostra una profonda saggezza che manifesta attraverso strategie e strumenti molto peculiari. A volte anche piccoli strumenti ma molto significativi. Purtroppo l’uomo non riconosce questa saggezza, operando spesso in senso contrario…
Questa piccola grande erba ricoprire senza dubbio un ruolo ecologico apprezzabile. Chissà quante volte l’avremo calpestata senza rendercene conto, ma dovremo ammirarla e ringraziarla per il suo valore e la sua utile funzione!
Altre specie indicatrici di terreni compattati o degradati sono Polygonum aviculare (detta anche Erba correggiola o Poligono degli uccellini), Bellis perennis (Margheritina o Pratolina), Poa annua (Fienarola annuale), Tussilago farfara (Farfara), Euphorbia prostrata (Euforbia prostrata) e Bryum argenteum (Muschio comune).
Si potrebbero citare altre due specie, anche se queste non dispongono di una marcata ed esclusiva propensione a svilupparsi prevalentemente su terreni asfittici. Si tratta della Gramigna (Cynodon dactylon) e del Tarassaco (Taraxacum officinale).
La Gramigna è la pianta infestante più conosciuta al Mondo, e non va considerata esclusivamente una specie dei terreni compattati perché comunque cresce dappertutto, ma è più difficile trovarla lì dove il terreno risulta soffice, permeabile, ben strutturato, fertile e ricco di humus.
Mentre il Tarassaco merita una citazione speciale poiché si tratta veramente di una pianta di assoluto rilievo. Appartiene alla famiglia botanica delle Asteracee (o Composite), la famiglia più evoluta e progredita per quanto riguarda l’intero Regno vegetale, e non è affatto casuale la scelta di questa specie come componente dei preparati biodinamici da cumulo (o preparato biodinamico 506), ma tutta la forza e la validità del Tarassaco può essere apprezzata nel suo apparato radicale che può raggiungere la profondità di 240 centimetri!!! Questa sua caratteristica consente di fessurare e rompere suoli compattati, asfittici e duri favorendo drenaggio, fessurazione e arieggiamento. In molti casi tende a svilupparsi proprio in terreni che presentano un certo grado di compattamento esercitando un’azione miglioratrice e risanatrice. Il Tarassaco agisce dunque come elemento naturale risanatore anche tramite l’apporto diretto di composti organici all’interno del sottosuolo, negli strati più profondi del terreno. Questo fattore contribuisce a stimolare la vitalità del substrato minerale più profondo. Può esercitare anche una funzione di bonifica ambientale tramite l’assorbimento di metalli pesanti e altri composti nocivi (se presenti nell’ambiente). Per questo motivo è studiata come pianta per il fitorisanamento dei suoli contaminati.
Meritano una citazione speciale anche i Muschi poiché queste piccole briofite sono di vitale importanza per la salute del suolo (ed anche della Terra), svolgendo servizi ecologici fondamentali per l’ecosistema, tra i quali vi è proprio il ripristino di terreni degradati. Quello dei Muschi è un contributo essenziale ben documentato anche a livello scientifico. Anche il Muschio, dunque, è in grado di colonizzare superfici e suoli degradati innescando un processo biologico di trasformazione ed evoluzione di substrati minerali inerti o compattati, come sottolineato anche dal Prof. Eldridge nel suo studio pubblicato su Nature Geoscience: «Dove ci sono i muschi c’è un livello maggiore di salute del suolo, con più carbonio e più azoto. Queste piante contribuiscono quindi a preparare il terreno per il ritorno di alberi, arbusti ed erbe che finiranno poi per soppiantarle. I muschi, insomma, sono i primi a intervenire per sistemare le cose e i primi ad andarsene».
Dunque in natura i Muschi appartengono a quelle “specie pioniere” che danno il via alla successione ecologica che potrà eventualmente culminare anche nella formazione di boschi e foreste, partendo finanche dalla colonizzazione della dura roccia.
ALCUNE CONSIDERAZIONI
Per quanto riguarda il linguaggio ed il significato delle specie spontanee come piante indicatrici occorre sottolineare che la presenza di una sola singola pianta non può essere considerata rivelatrice di una determinata condizione del suolo. È evidente, invece, che una presenza massiccia e diffusa di una delle specie sopra citate può diventare indicativa o sintomatica in merito alla condizione di compattamento del substrato. Ancor più se sono presenti più specie appartenenti all’elenco di piante definito sopra. Si tratterebbe in questo caso di una sorta di “controllo incrociato” in merito alle condizioni che hanno favorito la presenza diffusa ed evidente di queste specie indicatrici.
Possiamo considerare questi organismi vegetali come i precursori del bosco, che agiscono nel tentativo di risanare una condizione di degrado che il più delle volte è opera dell’uomo, lì dove soprattutto nell’agricoltura chimico-industriale manca la dovuta sensibilità nella gestione del suolo.
IL SUOLO, UN ORGANISMO VIVENTE
Come ogni organismo vivente, anche il suolo ha la capacità dunque di reagire e rispondere a modo suo a sollecitazioni e stimoli di varia natura dando origine ad un determinato complesso di piante. Ciò è conseguenza del fatto che pianta e terreno sono tutt’uno, vivendo in un rapporto di vicendevole scambio, interazione e interdipendenza (un unico ecosistema), in cui l’uno influenza l’altro. A tal proposito si riportano di seguito le parole di Rudolf Steiner, per il quale non esiste un confine o un termine netto tra la radice della pianta ed il suolo in una connessione dinamica e correlazione speculare pianta-suolo: «Dico questo per suscitare l’immagine dell’intima affinità esistente fra quanto è racchiuso nei limiti di una pianta e il terreno che la circonda. Non è vero che la vita della pianta si esaurisca nei limiti e nella zona periferica della pianta stessa. La vita della pianta come tale continua dalle radici fin dentro la terra, e per molte piante non esiste neppure un limite ben definito fra la loro vita e quella della zona circostante in cui esse vivono».
Il concetto di correlazione sottolinea la relazione di dipendenza reciproca tra due o più elementi, dove i cambiamenti in uno possono portare a cambiamenti nell’altro, mentre il concetto di connessione evidenzia il legame o il collegamento tra le cose, indicando che non sono isolate ma fanno parte di un sistema più ampio.
Va detto che la correlazione tra suolo e flora era già stata stabilita in tempi antichi [1] [2], osservando che la distribuzione delle specie vegetali nello spazio potesse dipendere in buona parte da fattori di sito. Ma non mancano studiosi e ricercatori che in epoca recente confermano il medesimo concetto di fondo: che le proprietà dei suoli (unitamente a fattori di natura climatica) determinano e condizionano in larga misura i modelli di distribuzione delle specie vegetali [3] [4] [5] [6] [7].
Impariamo ad osservare!