I fosfonati (fosfiti) in agricoltura biologica e biodinamica Demeter
di Carlo Bazzocchi
Ci risiamo, nell’Unione Europea è ripartita la richiesta di inserimento fra i mezzi tecnici autorizzati per il biologico dei fosfonati (fosfiti) nella categoria fitosanitari, in particolare per quello di potassio, conosciuto anche come fosfito di potassio.
Ci risiamo, sì perché una compagine composta da alcuni paesi europei, Germania, Austria e Polonia (almeno così ci risulta) si è mossa per richiedere ufficialmente l’inserimento nell’allegato 1, quello dei fitosanitari, del regolamento del biologico, il Reg. UE 2018/848.
LA STORIA IN GERMANIA
In passato in realtà il fosfito (o fosfonato) di potassio era autorizzato in biologico in Germania con una norma nazionale sui corroboranti, simile a quella italiana (e forse di altri paesi del nord Europa) fino al 2013, anno in cui né fu autorizzato l’impiego come fitosanitario in agricoltura generale e pertanto perse tale impiego come corroborante secondo la norma tedesca: una volta che ne fosse stata riconosciuta l’attività come sostanza attiva fitosanitaria, perdeva la possibilità di essere messo in commercio come “corroborante”. Di conseguenza, dato che nell’elenco dei prodotti fitosanitari autorizzati in bio il fosfito (o fosfonato) di potassio non era presente, né fu vietato l’impiego.
Subito la Germania, ricordo che eravamo nel 2013, ne chiese l’inserimento fra i prodotti fitosanitari autorizzati in bio, ma il resto dell’UE bocciò questa richiesta motivandola principalmente perché tale molecola fu ritenuta di “sintesi” e pertanto non in linea con i principi dell’agricoltura biologica.
Riassumendo, il fosfito di potassio era ed è autorizzato in agricoltura generale come fitosanitario, ma non in biologico e neanche è possibile metterlo in commercio nella categoria dei fertilizzanti o concimi o corroboranti che dir si voglia.
Ma perché è stato ed è così facile ritrovarlo come residuo analitico andandolo a cercare nelle coltivazioni biologiche che non ne fanno o non ne anno fatto uso?
Qui le cose si complicano, o meglio, la residualità della molecola del fosfito di potassio è meno lineare di come si credeva: impiego del mezzo tecnico incriminato con tale sostanza attiva (s.a.) = residuo nella coltivazione! Anzi più si ricercava la residualità più si trovavano residui di questa sostanza attiva anche dove vi era la certezza del non impiego di mezzi tecnici fitosanitari o fertilizzanti, Il che ha aperto la necessità di capirne le motivazioni, per dare certezze agli agricoltori, soprattutto quelli biologici a cui tale mezzo tecnico è vietato, ma che si ritrovavano colpevolizzati pur non avendolo usato.
E come spesso succede, fu la sfera economica, quella della commercializzazione sia convenzionale che biologica che evidenziando/sfruttando questa criticità, cominciò a “pagare meno” o addirittura non pagare e restituire al mittente le partite di merce positive ai fosfiti, soprattutto per le merci italiane biologiche, ma anche per quelle baby food per i bimbi, che come si sa non possono essere commercializzate con tale indicazione con un limite analitico superiore a 0,01 ppm.
IL PROGETTO BIOFOSF
Tale problematica fu tanto rilevante per il sistema produttivo agricolo biologico italiano, che l’allora ministero competente MiPAAF (ora MASAF) trovò le risorse e promosse un progetto per individuare le motivi e trovare le possibili soluzioni; il progetto si chiamò BIOFOSF.
Queste sono cause individuate dal progetto, ovviamente scartando tutte quelle dovute ad un uso fraudolento:
- problematiche residuali nelle coltivazioni frutti-viticole dovute ad un impiego precedente, negli anni precedenti; infatti fu dimostrato che i fosfiti si possono accumulare nei tessuti legnosi per poi essere rilasciati negli anni a seguire;
- problematiche residuali dovute a derive per l’impiego (assai diffuso) di queste sostanze attive nelle coltivazioni convenzionali e integrate adiacenti;
- problematiche residuali dovute all’impiego in vivaio, sia per le coltivazioni annuali che quelle perenni come frutteti e vigneti;
- problematiche residuali per la presenza di fosfonati (fosfiti) ma anche di Fosetil-alluminio, favorite dalle ditte o causate dal processo industriale di produzione, in alcuni dei mezzi tecnici impiegabili in agricoltura biologica, siano essi fitosanitari o fertilizzanti.
Fu inoltre dimostrato con questo progetto che il “falso positivo” riconducibile all’impiego del Fosetil-alluminio, era stato un errore di valutazione o meglio un errore di valutazione dovuto alle conoscenze fino allora acquisite. Il progetto dimostrò, infatti, che se analizzato in tempo è possibile ricondurre la positività analitica al Fosetil-alluminio oppure all’impiego di fosfiti.
DAL PROGETTO BIOFOSF A BIOFOSF-WINE
Inoltre, dal progetto BIOFOSF risultò non giustificabile la presenza di residui sul vino e su altri suoi derivati come l’aceto balsamico. Pertanto il ministero competente promosse un ulteriore progetto, il BIOFOSF-Wine, per ricercarne le cause. Tale progetto, oltra a confermare quanto precedentemente constatato da BIOFOSF, dimostrò che anche nella pratiche di cantina, quelle di vinificazione, si poteva formare acido etilfosfonico (una delle molecole che compongono il Fosetil-alluminio) seppur in quantità minime.
Visto e dimostrato con i due progetti BIOFOSF e BIOFOF-Wine che le residualità sulle coltivazioni e relative produzioni erano indipendenti da un impiego fraudolento dei fosfiti e non riconducibili a cause di volontà degli agricoltori, fu deciso per il solo fosfito di elevare la residualità per l’immissione in commercio delle produzioni biologiche a 0,5 ppm e non vincolarlo al residuo di 0,01 ppm (vedi DM 7264 del 10 luglio 2020).
IL PROGETTO BIOFOSF-CUBE
A questi due progetti ministeriali ne sta seguendo un altro, BIOFOSF-Cube, ancora in corso, finalizzato a verificare la possibilità che la residualità dei fosfiti potesse essere causata dalla produzione stessa delle piante, in altre parole siano le piante stesse in grado di produrre tali molecole, diversamente da quanto sostenuto finora dai fisiologi vegetali, e cioè produrre metaboliti secondari per aumentare le resistenze della pianta nei confronti di stress abiotici, ma anche biotici.
Vale la pena ricordare che i fosfiti di potassio possono avere attività fitosanitaria e sinergizzante su alcune molecole antiparassitarie e anche di miglioramento dell’efficienza nutritiva di alcuni concimi, oltre, ovviamente, ad apportare direttamente fosforo e potassio.
Ma torniamo ai nostri giorni, giorni in cui ci ritroviamo come Demeter e comunità biodinamica a partecipare alla decisone se inserire o meno i fosfiti per l’impiego in agricoltura biologica.
Le motivazioni indotte dalla compagine europea di Germania, Austria e Polonia (almeno così ci risulta), per poter impiegare i fosfiti (o fosfonati) nella coltivazione della vite e solo nella fase fenologica di prefioritura si possono così riassumere:
- il prodotto era in precedenza autorizzato in agricoltura biologica;
- la viticoltura si sta estendendo verso le regioni nordiche anche in conseguenza del “nuovo” clima favorevole, pertanto il fosfito di potassio può permettere il contenimento nell’impiego dei prodotti fitosanitari a base di rame (che ricordo in quei paesi è di 3 kg/ha/anno come per le colture perenni biodinamiche Demeter);
- è sì un prodotto di sintesi, ma come il rame o lo zolfo e altre molecole inorganiche, è ottenuto per “scarto” chimico di procedimenti industriali e non deriva direttamente da matrici naturali.
LE MOTIVAZIONI DEL NO ALL’INSERIMENTO DEL FOSFONATO
In risposta a tale richiesta, la comunità biodinamica, Demeter e buon parte dei portatori d’interesse mediterranei hanno espresso parere negativo al suo inserimento in agricoltura biologica con queste motivazioni:
- L’applicazione di fosfonato (fosfito) di potassio nei vigneti può portare alla presenza di residui di fosfonati nei vini. Lo stesso fosfonato può derivare anche dall’applicazione in campo di Fosetil-Al, fosfonato di sodio e fosfonato di ammonio, rendendo impossibile l’identificazione di una possibile frode. Ciò diventa ancora più rischioso se si considera che le aziende agricole biologiche spesso coltivano colture diverse, oltre al vigneto, ad esempio frutta o verdura. Nel caso in cui i fosfonati vengano utilizzati in vigneto, è molto probabile che si trovino residui sulle altre colture dell’azienda, dove si tratterà di residui di pesticidi non consentiti e, come tali, richiederebbero la procedura specifica per la valutazione dell’origine e, in alcuni paesi, porterebbero alla declassificazione dei prodotti a convenzionali. Inoltre, la presenza di fosfonato in determinate quantità (>10 mg/L) nei vini può a sua volta generare acido etilfosfonico (una delle molecole che caratterizza il Fosetil-alluminio) a lungo termine, a causa di una reazione spontanea di esterificazione del fosfonato con l’etanolo.
- L’efficacia del fosfonato di potassio non è stata dimostrata durante le annate in cui la peronospora è molto elevata, soprattutto sui grappoli, e deve comunque essere utilizzato in combinazione con il rame.
- L’uso tecnico di questo pesticida non è compatibile come un utilizzo di emergenza, poiché funziona meglio con trattamenti preventivi che ne aumentano la concentrazione nella pianta.
- L’autorizzazione dei fosfonati di potassio nel regolamento biologico dell’UE creerà un precedente e potrebbe aprire la strada all’autorizzazione di altri prodotti di sintesi. Questa autorizzazione avrebbe un impatto sull’intero settore biologico e sulla sua credibilità.
- I principali mercati esteri dei vini biologici europei (Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Canada, Cina) non ammettono questa molecola nel loro regolamento biologico. L’autorizzazione potrebbe mettere a repentaglio gli accordi di equivalenza.
- Il cambiamento climatico sta avendo un impatto su tutte le colture e su tutte le regioni dell’UE. La protezione dei vigneti biologici rappresenta una sfida non solo in Germania o in Austria, ma anche in aree molto importanti in Italia (Friuli, Franciacorta, Piemonte, Veneto, Toscana), in Francia (Bordeaux, Loira) e in Spagna (Paesi Baschi). In queste aree si riesce ad affrontare stagioni difficili grazie a una strategia agronomica, all’impiego della tecnologia, alla scelta appropriata della formulazione di rame e all’utilizzo di attrezzature adeguate.
Ad oggi la discussione è ancora aperta, la decisone per quanto consultiva è affidata per la parte scientifica alla Commissione che valuta l’ammissibilità dei mezzi tecnici ai principi dell’agricoltura biologica (EGTOP), che dovrebbe dare il suo parere entro quest’estate per poi passare la “patata bollente” alle istituzioni unionali per la definitiva decisione.